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L'itinerario artistico alle spalle di Pietro Pecorari appare come un assemblaggio di sforzi enormi, vale a dire di impegni faticosamente sostenuti dalla volontà fortissima e dall'intelligenza molto sottile, che erano "segni particolari" di una razza contadina ormai dispersa: svanita forse nella globalizzazione delle specie umane (...).

E qui bisogna necessariamente ricordare che Pecorari è nato veramente contadino (...) e il pochissimo tempo disponibile lo ha impiegato nell'esprimere la poesia che covava dentro di sé con versi liberi e disegni (...) che la fantasia gli suggeriva.

Ricordo quando, in un processo penale di tanti anni fa a Firenze (...) un contadino mugellano riuscì a rendere la sua testimonianza solo dopo avere ottenuto il permesso dal giudice di esprimersi in versi, sul ritmo di una cantilena di cui scandiva il tempo tamburellando con le dita sopra il banco della legge. E' un'immagine questa che mi riapparve nitida nella memoria quando incontrai per la prima volta il "pittore naif" Pecorari nella galleria fiorentina Arno diretta da Wanda Papini che esponeva i suoi quadri con entusiasmo. Era il 1969.

Pittura carica di ironie e ambiguità il cui primitismo di derivazione diventa autonomo e poi divertentissimo nelle illustrazioni verbali che ne faceva il pittore: persona umile e saggia: animo semplice ed integro di poeta per immagini; immagini avvincenti come icone trasferite in quei versi sciolti che spalancavano sempre nuove finestre sull'infinito, in un'immaginario vivacemente affollato. Un contadino d'altri tempi certo, che lasciava tuttavia trapelare di quel tanto che gli pareva giusto, l'ambizione di scalare fasce sociali e vette incantate sulle quali si annidava la notorietà, traguardo ossessivamente ambìto e pudicamente non confessato.

Sono trascorsi molti anni ma che Pecorari non avesse torto me ne sono accorto seguendo passo a passo l'evoluzione della sua pittura che oggi non è più primitiva avendo invaso l'area della raffinatezza con figure surreali, perfettamente inserite in un mondo "altro" orbitante tra la realtà e il sogno.

Immagini perfette quelle di oggi, per struttura compositiva e per caratterizzazioni come nei disegni a china degli anni novanta sul tema delle note musicali. Erano rappresentati in un pentagramma ideale, e non descritto (...).

Capii allora che la naivetèe aveva definitivamente abbandonato la sua pittura, in seguito felicemente avventuratasi nella tenera pastosità di una tavolozza matura e di una tecnica che nulla concede al gioco elementare dell'istinto infantile. Aveva disertato i dipinti per rifugiarsi, ultimo presidio di memoria di un tempo meravigliosamente trascorso, nei versi sciolti delle poesie rimaste immutate nella forma e nei contenuti, tutt'ora legati all'ingenuità; e dentro a quelle didascalie spesso tenute fuori dalla grammatica per malcelata civetteria di bambino cresciuto ma prigioniero - volontario - del suo vecchio mondo incantato.

Tommaso Paloscia,

Firenze, novembre 2000